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Artista, fino in fondo al midollo dell'osso.. Sognavo una mansarda a Montmartre, il basco in testa, da vera Bohèmienne.. Una finestra che illuminava la mia tela dove i miei pensieri si posavano in amipie pennellate di colore.. Invece ho il desiderio prorompente di stabilirmi in UK, e chissà, magari un giorno nemmeno troppo lontano diventerò "devota" suddita di Sua Maestà la Regina d'Inghilterra!!
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mercoledì 20 maggio 2020

LA PARTE MIGLIORE DI ME

11.8.2018 
È l’ultima volta che ci siamo sentite, a spanne più di un anno e mezzo fa.” Pensa Clotilde mentre scorre la chat del suo telefono.
“Toh, guarda: il 7.4 c’era questo promemoria sul mio telefono, mi ricordava che in quel giorno, di 3 anni fa, eravamo a cena alla pizzeria Stige e poco prima che arrivassero le pizze, Marco e Samantha ci dissero che a ottobre sarebbe nato Matteo... Quante cose sono cambiate in 3 anni...”, se lo ripeteva pensando a voce alta e scuotendo la testa rassegnata. 
“Ormai Matteo sarà un ometto” diceva ancora tra sé e sé, “Avrà già raggiunto tanti traguardi e reso orgogliosi mamma e papà.”.
Aveva pensato tante volte di scrivere a Samantha, ma poi cosa? Cosa avrebbe potuto dirle? Così, ha sempre lasciato perdere, ha sempre pensato che se non lo aveva mai fatto anche lei in tutto questo tempo, forse non avevano più nulla da dirsi. 
Clotilde pubblica spesso status su whatsapp e vede che nonostante i silenzi, Samantha visualizza tutti i suoi status: ci pensa spesso a questa cosa, perché anche se dice che non le interessa, in realtà la incuriosisce molto: “Mi chiedo tutte le volte cosa pensi, mi chiedo se ci ridi, con quella risata sonora e piena, così trascinante che ti ha sempre contraddistinta, o se piuttosto è una risata sardonica, se semplicemente ci ridi prendendomi magari anche in giro per le cavolate che pubblico...”, si chiede tutte le volte che il nome di Samantha è nell’elenco di chi visualizza le sue cavolate di whatsapp.
Anche in questo caso, quante volte Clotilde ha pensato di scriverle, ma poi ha sempre lasciato stare, perché alla fine, dopo tutto quel silenzio, si è sempre detta, “cosa abbiamo ancora da dirci?”
Mentre Clotilde si perde tra i suoi pensieri, si rende conto che questo virus, che sta sconquassando il mondo e che è partito da lontano ma è arrivato qua velocissimo, ci ha costretti a rivedere tutto. Ci ha fatto rivedere i nostri programmi, rivedere le nostre priorità. Ci ha chiusi in casa e ci ha costretto a riflettere, ed è proprio per merito di questa riflessione che sta ripensando a Samantha.
“Mi chiedo in continuazione perché siamo arrivati a questo, a smettere di sentirci. Perché abbiamo smesso di scriverci.
Perché abbiamo smesso di vederci.
Anni fa dicevamo che se avessimo avuto dei figli, ci sarebbe piaciuto crescerli insieme: abbiamo due maschi che potrebbero crescere come fratelli, eppure non sanno l’uno dell’esistenza dell’altro”, pensa mentre freneticamente passeggia su e giù per il soggiorno: “In un anno e mezzo sono cambiate tante cose” si dice stringendosi nelle spalle; “sarebbe stato bello se le avessimo cambiate insieme, ma non lo abbiamo fatto. Sto impazzendo, devo fare qualcosa!”, dice Clotilde ad alta voce all’improvviso. “Ho deciso: in tutti questi cambiamenti, devo cambiare anche io.”
Così, ecco che afferra il suo telefono e le sue dita battano veloci sul display, le parole fluiscono e si posano lì, nero su bianco, pronte a spezzare questo interminabile silenzio.
“Ciao Samantha, era l’11.8.2018 l’ultima volta che ci siamo sentite, a spanne più di un anno e mezzo fa. Il 7.4 un promemoria sul mio telefono, mi ricordava che in quel giorno, di 3 anni fa, eravamo a cena alla pizzeria Stige e poco prima che arrivassero le pizze, tu e Marco ci avete detto che ad ottobre sarebbe nato Matteo... In questi giorni ho pensato molto... Ho letto una riflessione nella quale mi ci sono rivista molto era di Michele Delai, ha usato delle parole che sembra le abbia tolte dalla mia mente. A un certo punto del suo scritto dice: - Amici di un tempo lontano, smarriti senza motivo che non fosse la poca cura, la superficialità. In queste sue parole io ho rivisto noi. Poi continua: - Scusa. 
Come stai?
Ti voglio bene. -
Ti voglio bene. Quante volte ce lo siamo dette, eh Paola? Chissà se era vero. Chissà se è ancora vero. Tu vorresti che lo fosse? Io vorrei che lo fosse? La sua riflessione si concludeva così: - Ti abbraccio.
Sono stato stupido.
Grazie.
Non è un manuale di buona condotta per giorni disperati, è solo un’occasione unica per tornare simile a quello che avrei voluto essere -.
È solo un’occasione unica per tornare simile a quello che avrei voluto essere.
Il mio carattere lo conosci, è sempre quello, se vogliamo la vecchiaia lo sta solo peggiorando.
Però tutti hanno margine di miglioramento, se lo vogliono, no? Tu qualche infarinatura di psicologia ce l’hai: è così? Si può davvero migliorare?
Quindi niente, sono qui, mentre Leonardo riposa, e mi chiedevo: come stai? Come state? 
Chissà se risponderai.
Ma se deciderai di non farlo, lo capiró. Prometto che almeno ci proverò a capirlo.
Sfrutto questa occasione, perché le persone a volte hanno bisogno di uno spunto, di un’occasione, di un motivo, io l’ho trovato qui, l’ho trovato oggi.
Buona Pasqua, anche se di buono, questo 2020 per ora ha poco, per ora non ha nulla, anzi.
Chissà se invece, da oggi, qualcosa di buono glielo troviamo...”. Clotilde invia il lungo messaggio, ed ora attende: ha fatto bene? Ha fatto male? Seguire il cuore difficilmente è un male, ma sarà il tempo a darle torto o ragione.

giovedì 30 gennaio 2020

THE DREAM COMES TRUE

Soffia un vento gelido, l’inverno è nel pieno della sua stagionalità, il mare come di consueto, urla rabbioso e le onde altissime s’infrangono con tutta la loro potenza sulla scogliera sottostante. 
La nebbia avvolge i prati di erica, scivola sul volto di Merida che avverte le goccioline fredde sospese, come una gelida carezza.
È in piedi vicino alla scogliera, ama questo tempo, la fa sentire viva.
È avvolta nel suo loden: il tessuto verde fa risaltare i suoi lunghi riccioli rossi, scapigliati dal vento. Una cintura le cinge la vita, e sottoline la sua figura alta e slanciata; la sciarpa avvolge il suo collo in un caldo abbraccio.
All’improvviso un tuono fortissimo la ridesta dai suoi pensieri: i suoi occhi grigi scrutano il cielo che si è fatto plumbeo: è ora di tornare a casa, a breve pioverà e il terreno si farà fangoso.
Infila le mani in tasca, afferra le chiavi del suo Defender e con passo deciso s’incammina verso la macchina.
Comincia a piovere, apre lo sportello e sale in auto appena in tempo: infila la chiave sulla sinistra del cruscotto, la gira e mette in moto, ingrana la marcia e parte verso Dunbar.
Si ferma al porto, ed entra da Campbell, la più buona birreria del paese; si avvicina al bancone e ordina una pinta di Jackhammer. Afferra il boccale e beve con gusto la sua birra, la gusta come fosse la cosa più buona del mondo, assaporandone tutte le sfumature, poi lascia i soldi sul bancone richiamando l’attenzione di Sean, il proprietario del locale, ed esce di nuovo, questa volta direzione casa, non molto distante da lì.
Lascia la macchina lungo il moletto dei pescatori, ed entra in casa: appende il suo loden all’attaccapanni sulla parete dell’ingresso, si sfila gli stivali e indossa le sue calde calze, poi si siede alla sua scrivania.
Il computer termina la procedura di avviamento e sullo schermo appare la foto che la ritrae felice e spensierata sulla spianata di Giza: il suo sogno è sempre stato quello di vedere le Piramidi, di toccarle e poterle visitare. Ricorda ancora quando i suoi piedi affondarono nella sabbia del Sahara, e le sembra di sentire ancora il calore della terra scottarle i piedi. Le sue riminiscenze sono improvvisamente interrotte da Morgan, un gatto rosso obeso che arriva miagolando a chiedere il cibo: Merida si ridesta dai ricordi e si alza per andare in cucina. Morgan la segue con interesse, sa che riceverà quanto richiesto, così potrà saziare la sua fame atavica. Merida afferra la scatola dei crocchini e ne versa una generosa porzione nella ciotola verde smeraldo di Morgan, il quale felice e goffo, zompetta a gustare il suo lauto pasto.
Merida appoggia i gomiti sull’isola della sua cucina e guarda divertita il suo gatto mangiare, e le torna in mente il giorno in cui rincasando dalla scogliera, sotto una pioggia battente, i suoi fari illuminarono quella pallina rossa raggomitolata sul ciglio della strada. Non poteva lasciarlo lì piccolo com’era, indifeso, sotto una dannata pioggia e alla mercé del gelido vento: accostò il suo Defender, e stringendosi nel suo loden, usó la sua morbida e calda sciarpa per avvolgere quel fagottino e portarlo al più vicino ambulatorio veterinario.
Morgan era sano, un po’ debilitato dagli stenti, dal freddo e dalla pioggia, ma grazie al suo amore si ristabilì in pochissimo tempo: anche troppo soleva ripetersi Merida, quando si perdeva a guardare quella palla di pelo rosso che da ormai due anni trotterellava, quasi rotolando, verso di lei.
Il fragore di un tuono la riporta alla realtà, si alza dall’isola e torna a sedersi alla scrivania: è ora di mettersi a lavoro, quindi apre il documento di scrittura e le sue mani cominciano a ticchettare sui tasti. Le sue dita lunghe e affusolate sembrano danzare sulla tastiera.
Merida è una scrittrice e sta programmando le date per promuovere il suo nuovo romanzo.
Il pendolo rintocca le 17, Merida ha finito: mette a scaldare l’acqua per gustarsi un the nero per riscaldarsi in questa gelida giornata d’inverno.
Suonano alla porta, è il postino: il signor O’Neil un uomo sulla sessantina con dei baffoni folti ed importanti che incorniciano un volto rubicondo, le lascia una lettera, quindi la saluta e prosegue il suo giro.
Merida torna in cucina, il fischio della teiera richiama la sua attenzione: scarta una bustina del suo the preferito, l’appoggia nella tazza di vetro e lascia che l’acqua bollente compia il miracolo. 
Trascorsi 5 minuti, elimina il filtro, afferra la tazza con la mano sinistra e appoggia i fianchi alla cucina, mentre sorseggia la sua bevanda, apre incuriosita la busta che ha tra le mani: un grido di gioia esce dalla sua bocca, sente il viso avvampare e gli occhi riempirsi di lacrime; non riesce a trattenere l’emozione, non le sembra vero, non crede che sia accaduto proprio a lei.
Ancora incredula, legge e rilegge quel foglio che le sue mani tremanti tengono ben saldo: ha vinto il prestigioso premio Man Booker Prize, il premio più importante per la narrativa del Regno Unito. 
Al vincitore del Booker Prize sono generalmente assicurati fama e successo internazionale, è un segno di distinzione per gli scrittori venir nominati nella rosa dei finalisti.
Il processo di selezione del vincitore del premio comincia con la creazione di un comitato di consulenza che include un autore, due editori, un agente letterario, un venditore di libri, un bibliotecario e un presidente nominato dalla Booker Prize Foundation. Il comitato sceglie la giuria, i cui membri cambiano ogni anno, anche se in rare occasioni un giudice può essere scelto una seconda volta. I giudici sono nominati tra critici letterari di spicco, scrittori, accademici, e altre figure pubbliche: essere dichiarati i migliori da una giuria così è il sogno di ogni scrittore del Regno Unito.
Finalmente i suoi sacrifici, la sua perseveranza sono stati premiati: ora deve solo scegliere cosa indossare per la premiazione e fissare il volo per Londra, destinazione Guildhall.

sabato 10 novembre 2012

DONNA

Tutti i giorni si alza prima degli altri, prepara la colazione e il pranzo per il marito che non rientra a casa fino a sera. Sveglia i suoi 3 figli e li fa preparare per andare a scuola, stende la prima lavatrice e ne prepara subito un'altra. Accompagna a scuola la bimba piccola, e, puntuale come un'orologio svizzero, alle 9:00 è già a lavoro. Quando esce va a prendere la bimba all'asilo, corre a far la spesa, mentre risponde al telefono prima ad uno e poi all'altro figlio che gli dicono di prendere questa o quella cosa. Rientra trafelata a casa, sistema la spesa e mette su la cena, stende la seconda lavatrice, tira su i letti, pulisce, spolvera, e aiuta la bimba a fare i compiti per il giorno dopo. Serve la cena, e si alza mille volte per servire tutti o portare in tavola il sale o l'olio per il marito o i figli.. Riassetta la cucina, e prepara la lavatrice per il giorno dopo, controlla i compiti, e mette a letto la bimba piccola.
Quando si stende nel letto, dopo una giornata no stop, è moglie amorevole...
Buona notte ed è già mattina, nuovo giorno è tutto ricomincia come una ruota che gira...

giovedì 24 maggio 2012

GLI INVISIBILI

Maria si alza al mattino presto, saranno le 5 forse, i primi raggi del sole si fanno largo nell'abbraccio scuro della notte, insieme a lei si alzano gli uccellini, che cinguettano e vanno alla ricerca degli insettini che nutriranno i loro piccoli che li attendono affamati nei nidi, seminascosti dalle prime gemme che questa primavera, sempre un po' freddina nelle prime ore del mattino, piano piano sboccia.
Maria indossa i suoi collant neri, la sua gonna poco sotto al ginocchio scura, logora dal tempo e dall'usura, copre le sue spalle con un maglione nero, sdrucito ai gomiti e con qualche buco qua e là, le ciabatte aperte, di cuoio e infila il suo giubbotto nero, quello pesante con l'interno in pile che gli operatori della Caritas le hanno dato per coprirsi dal freddo. Zoppiccante si appoggia alle fredde pareti, le sue anche risentono del freddo pungente che per tutto l'inverno l'ha punzecchiata, i dolori non svaniscono con i primi accenni di primavera.
Maria percorre lentamente quella lingua d'asfalto che separa il suo rifugio dal freddo bagno di marmo della stazione Termini, e mentre i primi pendolari le passano accanto incuranti, lei va a prendersi cura di ciò che resta della sua anziana persona.

La vita frenetica dei romani scorre, ragazzi con cuffie bianche e zaini colorati sfrecciano verso i binari della metro, distinti signori con abiti firmati e candide camicie bianche camminano con la 24 ore in mano, affannati in discorsi contorti al telefonino, donne in carriera si sistemano il trucco e i capelli pronte a cominciare una nuova giornata lavorativa.
Tutto scorre quotidianamente, la vita va avanti.
Maria esce dalla stazione, afferra il suo carrellino, la cassetta rigida del latte è ben salda coi cuscini e la coperta di pile della lindt, fermamente legata a quelle valige che racchiudono il mondo di Maria, i suoi scritti, le sue denunce, i suoi sogni, le sue speranze, il suo quaderno carico di un dolore che esce silenzioso e che nessuno ode, nessuno percepisce perché tutto intorno a lei, scorre frenetico e non aspetta, non ha tempo.


Maria siede all'angolo della Galleria Alberto Sordi, che ironia.. Un galleria intitolata ad un uomo che nel silenzio ha sempre fatto molto per i meno fortunati, ha sempre aiutato quelli come Maria, quelle persone cui la vita non ha mai sorriso, quegli individui cui tutto e tutti hanno sempre voltato le spalle, loro, sempre a margine di una società troppo presa da sé stessa per accorgersi di coloro che sono rimasti indietro.
Si siede, Maria, al suo posto, quel posto che da una vita è un po' la sua casa, dove grida al mondo la sua sofferenza, il suo dolore, la solitudine che costantemente l'avvolge, e mai la fa uscire da quel gelido inverno che porta dentro. Maria non conosce la primavera, il sole che sfiora le guance di chi è amato, non conosce il
calore confortevole di un abbraccio d'affetto..
Maria è invisibile agli occhi dei molti, eppure Maria esiste.
La sua vita è racchiusa in quei fogli che si affanna ad affiggere, quel grido d'aiuto silente, che nessuno ode, che nessuno coglie..
Ogni giorno è uguale a sé stesso, il sole si alterna alla luna, come la pioggia si alterna al vento, non c'è differenza, per coloro che, come Maria, subiscono il male di vivere.

mercoledì 18 aprile 2012

GRANDI CIVILTA' ANTICHE parte I

Io e il mio Amore
Osteria Cù de Beù, Calata Sbarbaro, 34
Savona, Tel. 019. 821091
Succede che son passati 5 anni e sembra ieri..
Succede che i ricordi grazie a dio son sempre vividi, tutti, nei  minimi particolari, e non solo i ricordi, ma anche i profumi, gli odori, i sapori, le emozioni che si provano quando coroni il tuo amore e anche il sogno della tua vita.
Questo è un piccolo omaggio senza tempo che faccio al mio Amore, e sono ricordi che condividerò con voi, di un viaggio, anzi, del Viaggio, quello mio di nozze, che porterò, anzi, porteremo sempre nel cuore..
Pronti?
Si parte!!

Oggi è il 18 ottobre 2007, dopo 5 giorni di riposo dal Grande Giorno, il nostro matrimonio Holliwoodiano, siamo a Savona, tra qualche ora la Costa Romantica salperà dal porto di Savona per accompagnarci alla scoperta delle Grandi Civiltà Antiche: 11 giorni, 7 tappe, ognuna meravigliosa, unica e spettacolare.
Sono le 12,30, siamo al porto, a Calata Sbarbaro, profumi inebrianti di pesce ammaliano il nostro olfatto e il palato langue desideroso di estasiarsi di tali bontà.
Ci fermiamo all'Osteria Cù de Beù, ci sediamo nel tavolo antistante l'ingresso del locale, un posto davvero molto carino e caratteristico, e subito veniamo rapiti dalla "poesia" stampata sulla tovaglietta di carta, color paglierino, come quelle che un tempo si usavano per le fritture, che così recita: " Se è vero che dove si mangia regna la pace, Benvenuti in Paradiso!".. Quale miglior inizio?
Finita la degustazione di un ottimo spaghetto allo scoglio, salutiamo mio fratello che ci ha gentilmente accompagnati, ed entriamo al Pala Crociere, dove di lì a poco, ci imbarcheremo sulla nostra nave, per iniziare il nostro meraviglioso viaggio.
 Costa Romantica, Savona 18 ottobre 2007
Eccola, è lei, la nostra nave!!
Saliamo a bordo, siamo accolti dallo staff dell'animazione, vestiti da marinai che ci fanno una bellissima foto di benvenuto, e gentilmente ci accompagna alla nostra suite: 1006..
Col badge apriamo la porta della nostra lussuosa cabina, e come nei migliori film holliwoodiani, rimaniamo estasiati da ciò che i nostri occhi vedono: una ampissima zona leaving, separata dalla zona notte da una parete in legno con porte scorrevoli su cui è appeso un delizioso specchio circolare che sovrasta un tavolino imbandito con canapé e prosecco di Valdobbiadene nella sua glacètte e due comodossime poltroncine rosse che ci invitano ad accomodarci per festeggiare nella migior maniera possibile, l'inizio di questa sontuosa meraviglia, mentre poco più avanti le poltroncine prendisole ci invitano ad aprire la porta del balconcino per godere di ciò che tra breve sarebbe stata una meravigliosa vista sul mare..
Suite 1006
Appena ripreso il controllo delle emozioni, portiamo il nostro bagaglio nella zona notte, dove c'è l'ampissimo armadio dove possiamo sistemare l'abbigliamento e le nostre cose che ci necessiteranno durante questi 11 giorni magici in viaggio nel Mediterraneo Orientale, e come non stupirsi davanti ad un letto degno dei migliori show room di design? Un lettone decorato da sontuosi cuscini messi a regola d'arte che guardavano la cerata disposta per disfare i bagagli, mentre tutti gli opuscoli informativi ci indicavano quale fossero i programmi per la sera che ci erano stati riservati..
Suite 1006
Dopo poco siamo scesi al ponte 9 per effettuare l'esercitazione di emergenza, al termine, siamo tornati in suite, abbiamo finito di sistemare i bagagli e ci siamo messi alla scoperta della nave, in attesa di visitare una delle città più belle della nostra Italia: Napoli, dove l'arrivo previsto era per le 13,00 del 19 ottobre.
 ponte della Costa Romantica
via dello shopping 


Continua...



venerdì 30 marzo 2012

MISERIA E NOBILTA'

SI ASSUME ANNUALMENTE:
1 CAMERIERE DI SALA
1 BARMAN
1 AIUTO CUOCO
Presentarsi alle ore 10:00 venerdì mattina 30 marzo 2012

Così recita il cartellino affisso alla bacheca dell'Hotel La Pace di Baccanale (VG).
Un Albergo due stelle posto sull'angolo della Via Mazzini con il Viale Daniele Manin, basta attraversare la strada e siamo sulla rinomata "Passeggiata", se muoviamo 10 passi alla nostra destra ci ritroviamo a godere della vista del mare sul "Belvedere delle Maschere", una spiaggia dorata che accompagna lo sguardo verso il blu del mare, dove si possono osservare dei tramonti mozzafiato che nulla hanno ad invidiare alle più rinomate località turistiche.
Sono le 9:40, la puntualità è importante, in queste occasioni, è sinonimo di serietà e professionalità lavorativa! Ci sono 8 persone, divise a gruppetti che chiacchierano tra loro: camerieri che vanno avanti a stagionalità, barman che raccontano le loro mille esperienze, tutti speranzosi di aggiudicarsi questi agognati 365 giorni di lavoro retribuito ed assicurato, che oggi, portare a casa il pane, almeno per un anno, vuol dire davvero tanto..
Arriva un Range Rover, ultimo modello, e si parcheggia un po' barbaramente sul ciglio della strada di fronte all'albergo, scende un signore con dei jeans azzurri a sigaretta, una giacca verde oliva, un berrettino da baseball tero e degli occhiali scuri che celano lo sguardo, attraversa velocemente la strada ed entra nell'albergo. Poco dopo esce un signore, non di primo pelo, direi, con vestito intero blu scuro, una camicia inamidata bianca, e un cravattino rosso che spicca e contrasta col nero patinato delle scarpe stringate. Ha un viso tondo, è stempiato, con pochi capelli bianchi che gli cingono la nuca, e due baffoni che gli conferiscono un'aria bonacciona. A passo svelto gira l'angolo dell'albergo e sparisce in pochi attimi.
Dopo poco è di ritorno con una tazzina di caffè fumante con due bustine di zucchero: una di zucchero bianco raffinato, e una di zucchero grezzo di canna; come un scheggia si intrufola di nuovo all'interno dell'albergo e sparisce alla vista.
Di lì a poco, si affaccia di nuovo, e convoca la prima ragazza, bionda, con un piccolo ciuffo raccolto all'altezza delle tempie, indossa uno spolverino cachi, dei panta jazz neri, una maxi maglia nera e dei tronchetti, varca la soglia, col cuo curriculum in mano, e si dirige verso il suo colloquio. Non passa molto, forse due minuti, ed esce di nuovo, saluta i presenti, e se ne va.
Così entra il successivo candidato, un ragazzo sulla trentacinquina, con una tuta blu in cotone, e delle scarpe da tennis bianche e una tracollina beige, mentre sale i pochi gradini, arriva da dietro l'angolo, dove prima era spuntato il portatore del caffè, una ragazza, occhi azzurri color del ghiaccio, e capelli neri come la notte.
Non è alta, ma è comunque slanciata, indossa dei jeans azzurri skinny, una camicia di raso avorio e un chiodo color fango, in abbinato agli stivali primaverili raso terra.
E' rumena, e come tutti spera di trovare un'occupazione come cameriera di sala. E' da molti anni in Italia: ha cominciato a 22 anni come badante ad una facoltosa signora di 68 anni, affetta da alzheimer. Le faceva di tutto, si prendeva curadi ei come se stesse guardando sua nonna: le faceva da badante, da confidente, da nipote, da estetista.. Le cucinava, e le faceva la spesa, facendole risparmiare molti soldi, anche se poi, non ne aveva bisogno, visto che le possibilità le aveva..
Si chiede se una ragazza italiana, di 22 anni, avrebbe accettato un lavoro come il suo,assistere una persona non autosufficente in tutto e per tutto.
Poi la signora come da prassi, è venuta a mancare, e lei si è ritrovata a piedi: si è arrangiata e ha iniziato con piccoli lavori stagionali come cameriera, ha girato tutta la costa della Riviera.
Finalmente poteva dormire sonni tranquilli, uno sciccosissimo albergo 5 stelle gestito da un famosissimo ex calciatore di serie A, l'aveva assunta come cameriera di sala, ora poteva dormire sonni tranquilli, invece come una doccia fredda quest'anno è stata licenziata, l'albergo quest'anno non apre, non ce n'è bisogno, soldi i titolari ne hanno, e si prendono un anno sabbatico di viaggi, vacanze e spasso.
Ancora una volta in mezzo alla strada, alla ricerca del pane da portare a casa.
Nobiltà che guarda dall'alto la miseria, che gira tutti gli alberghi e ristoranti alla ricerca di un impiego, e che si sente rispondere che non hanno bisogno, è tempo di crisi, e devono fare con la forza lavoro che posseggono già, non possono permettersi nuove assunzioni..
E oggi si prova qua, chissà, magari la stella della fortuna è benevola e guarda giù, magari..

giovedì 16 giugno 2011

BELLA CIAO



Una mattina mi son svegliato
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
una mattina mi son svegliato
e ho trovato l'invasor.

O partigiano portami via
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
o partigiano portami via
che mi sento di morir.

E se io muoio da partigiano
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
e se io muoio da partigiano
tu mi devi seppellir

Seppellire lassù in montagna
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
Seppellire lassù in montagna
sotto l'ombra di un bel fior

E le genti che passeranno
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
e le genti che passeranno
mi diranno che bel fior

Questo è il fiore del partigiano
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
questo è il fiore del partigiano
morto per la libertà





lunedì 7 marzo 2011

SOGNO DI LIBERTA'

Viareggio, 6 marzo 2011 ore 13:00
Ci vuole pazienza, e commiserazione.
Perché quando si ha a che fare con lobotomizzati, si sa è così. Francesca era stufa, era stufa di alzarsi tutte le mattine, da 3 anni a questa parte, e andare a lavorare in quel posto.
E pensare che aveva iniziato con tanto entusiasmo, le sembrava l'occasione di riscatto, dopo che nel precedente lavoro le avevano tirato dei brutti tiri mancini.. Aveva cercato qualcosa di attinente ai suoi studi, ed ecco un giorno trovare quell'annuncio, cercavano una disegnatrice per uno show room.
Caspita, un'occasione così capita una volta nella vita, si precipitò ad inviare il curriculum, fiduciosa che almeno l'avrebbero valutato.. Che gioia il giorno del colloquio, e quante speranze portava con se, e la soddisfazione ancora più grande fu la conferma del posto.. Un mese di prova, e poi, con grande soddisfazione di tutti, colleghi, capi, familiari, ma quel che più era importante, di lei stessa, ed il posto era suo: avrebbe imparato tutto di quel mestiere, e le promesse c'erano ed erano tante..
Ma le cose belle, si sa, esistono solo nei film.. Dopo solo un anno, qualcosa cambiò, e per Francesca non fu più lo stesso. Non c'era più gioia in quel che faceva, una fredda mattina di gennaio, il suo capo le disse che quel posto, tanto ambito, tanto desiderato, non faceva per lei.. Lei era un peso per l'azienda, non produceva ciò che si aspettavano da lei..
Un contratto di apprendista per 4 anni, 4 anni per imparare un mestiere, che non era quello di disegnatrice come doveva essere, ma di venditrice.
Nessuno si era mai preso la briga di insegnarle cosa doveva fare, e come andava fatto, da sola e con non poche difficoltà, era riuscita ad imparare l'ABC, ma i trucchi, i segreti del mestiere, quelli no, nessuno glieli aveva tramandati.
Pretese, pretese e ancora pretese.. La soluzione, prospettata dal titolare, erano le sue dimissioni: una doccia gelida, e da quel momento l'inferno.
Da quella mattina, ogni occasione fu buona per far guerra a Francesca, che stoicamente, professionalmente, nonostante tutto, perseverava ad andare avanti, cercando di dimostrare a tutti i costi il suo valore.
Ma quando nella testa entra il tarlo che quell'obiettivo va eliminato, nulla si può fare per distogliere tale intento, e a nulla servivano gli impegni e i risultati: a tutti i costi, lei doveva andarsene.
Oggi Francesca è stanca, è stanca di combattere contro i mulini a vento.
Francesca oggi ha messo i remi in barca, e si lascia trasportare dalla corrente.
Francesca cerca di nuovo un posto di lavoro, un posto che le dia la soddisfazione di esprimere la sua tenacia, la sua forza, la sua voglia di lavorare, le sue capacità, la sua creatività, un lavoro che le dia prima di tutto la soddisfazione personale, un lavoro che la faccia alzare grintosa la mattina e vogliosa di contribuire a migliorare qualcosa là fuori..
Ma oggi Francesca non ce la fa. Attende l'ora di tornare a casa, l'unico posto dove ancora si sente viva, in attesa del domani, consapevole che sarà un giorno uguale a tutti quelli passati, senza soddisfazione, ma con una flebile speranza che prima o poi tutto questo possa finire, che l'alba del prossimo giorno sia per lei l'alba di una nuova vita, lontana da un lavoro che la logora e la consuma, ma vicina a quello che la farà volare in alto come le rondini in estate..

giovedì 10 febbraio 2011

L'OMINO VENUTO DALLO SPAZIO


Un giorno un disco volante atterró vicino ad una grande città. Dal disco volante uscì un omino verde e gli abitanti, quando lo videro, fuggirono spaventati. Solo un bambino non fuggì. - Perchè sono fuggiti? - Domandó l'omino verde. - Perchè hanno avuto paura di te - rispose il bambino. Allora l'omino verde invitó il bambino a far visita al suo paese. Salirono sul disco volante, viaggiarono tra le stelle finché arrivarono vicino ad una città spaziale. Quando il bambino uscì dal disco volante tutti gli omino verdi scapparono impauriti. - Come sono sciocchi - disse il bambino terrestre. - Sono sciocchi come gli abitanti della tua città - disse l'omino. È sempre sciocco avere paura di chi è diverso da te.

mercoledì 27 ottobre 2010

LA FAVOLA DEL RICCIO






Durante l'era glaciale molti animali morirono per il freddo.


I ricci se ne accorsero e decisero di unirsi in gruppo e aiutarsi. In questo modo si proteggevano, ma le spine di ognuno ferivano i compagni più vicini che davano calore. Perciò decisero di allontanarsi e iniziarono a congelare e a morire.

Così capirono che o accettavano le spine del compagno vicino oppure sparivano dalla terra e morivano in massa. Con saggezza decisero di tornare tutti insieme. In questo modo impararono a convivere con le piccole ferite che un compagno vicino può causare, dato che la cosa più importante era il calore dell'altro.

In questo modo sopravvissero...

Le relazioni migliori non sono quelle con delle persone perfette, ma quelle nelle quali ogni individuo impara a vivere con i difetti degli altri e ad ammirarne le qualità.

Special thank to Roby- Il folletto paciugo
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